Le azioni di piano per la tutela del paesaggio, dell'ambiente e dell'identità storica del territorio comunale.
Considerando che Goro stesso è nato su uno scanno sabbioso formato dal Po, si può ben capire quale legame a doppio filo leghi la popolazione locale a questo lembo sabbioso di terra. Da sempre gli scanni erano popolati dai pescatori durante la stagione estiva, per lo svolgimento di diverse attività — la pesca, la raccolta delle infiorescenze delle canne, dette "pnaci".
Le origini
Si costruivano accampamenti di barche e casoni dove si viveva e si pescava per i mesi estivi, per poi ritornare a Goro verso fine ottobre. Due testimonianze raccolte nella relazione del Piano raccontano quella vita, all'andata e al ritorno.
"Il giorno dopo la fiera, i nostri genitori caricavano ogni cosa nelle barche: rifornimenti di viveri, vestiario, attrezzature per la pesca eccetera; quando tutto era ben sistemato, mollavamo l'attracco in golena e, vogando o veleggiando, lasciavamo il paese. In quel momento, mentre le barche scendevano lentamente il fiume lasciando il paese, casa dopo casa, noi bambini con aria triste, pane e fichi secchi fra le mani, guardavamo quelle case in silenzio, come passandole in rassegna, pensando ai giorni malinconici che ci attendevano nella laguna."
"Ottobre e novembre sono i mesi più redditizi per la pesca nella laguna, ma a metà novembre, in vista degli umidi e freddi mesi invernali, decidemmo di smontare ogni cosa e di tornare al paese. Fu un problema sistemare nelle barche tutto ciò che era servito per vivere otto mesi. Con le barche stracariche non potemmo azzardarci a transitare lungo il litorale; si decise quindi di prendere la via fluviale — anche lì trovammo parecchie difficoltà, perché i fiumi erano in piena. Arrivati sul Po di Goro, tentammo di risalirlo, ma ben presto dovemmo rinunciarvi: volerne superare le forti correnti e i vortici vogando era impossibile. Ricorremmo allora all'antico sistema dell'alzana: legammo le battane una dietro l'altra, e gli uomini, le donne e i bambini più grandi salirono sulla riva del fiume con una lunga corda a tirare la piccola carovana di barche. Alla fine, contenti come sempre, arrivammo a Goro."
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Questo lavoro si poteva considerare redditizio, tenuto conto della miseria dell'epoca, ma era molto faticoso, al limite della sopportabilità umana… Partivano con la barca per immettersi in quei canali e fossati che attraversavano gli immensi e folti canneti… Lavoravano così, immersi nel canneto sotto un caldo afoso: la persona più forte iniziava a tagliare le canne aprendo davanti a sé un sentiero nel quale confluivano gli altri, deponeva le canne tagliate lungo il sentiero, mentre le altre persone, disposte in fila indiana, le pulivano dalle foglie e l'ultima le riuniva in fasci da 10 chilogrammi ciascuno. A fine giornata ripercorrevano il sentiero raccogliendo i fasci immersi nell'acqua, trasportandoli sino alla barca. Uscivano dal canneto un po' prima del tramonto per portarsi in quel tratto di spiaggia che delimita il litorale e il fiume dalle canne. Qui avevano una dimora improvvisata: piccoli capanni costruiti con fasci di canne ancora verdi e rami d'albero raccolti sulla spiaggia, o tende fatte con lenzuola e piantate sulla sabbia; altri tiravano la barca sulla spiaggia, riparandosi con la vela. Dormivano in spazi molto ristretti, quasi ammucchiati; i più fortunati dormivano su materassi detti corsèle, stesi sulla sabbia o sulla barca. Al tramonto preparavano la cena accendendo fuochi all'aperto, a pochi passi sia dal fiume che dalla battigia delle onde del mare.
Mantenere lo storico legame fra il paese urbanizzato e lo scanno è uno degli aspetti culturali che il Piano si propone maggiormente di salvaguardare, assieme alla conservazione dell'ambiente e della natura: non deve andare perso il senso di appartenenza al mare, e la tradizione quasi da nomadi di migrare fra i lembi sabbiosi che il mare stesso ha restituito.
Il Piano
Dalle analisi derivate dal PAI Delta si ricava che il fiume Po di Goro presenta, nel tratto terminale del suo corso, delle deficienze di quota rispetto alla piena bicentenaria — quella presa dall'AIPO come riferimento per il dimensionamento delle arginature di protezione.
Risulta quindi di primaria importanza la messa in sicurezza del tratto arginale compreso fra gli stanti 182 e 204, nell'attraversamento dell'abitato di Goro e Gorino.
Lungo la sponda del Gran Bosco della Mesola appare quanto mai evidente l'aumentata erosione da parte delle acque, in questa fascia di transizione tra Sacca di Goro e mare Adriatico. I tubi Longard sono stati sormontati dalle acque, che hanno cominciato a erodere le sponde del Boscone infiltrandosi nelle aree topograficamente meno rilevate. La vera protezione attuale è costituita dall'argine di difesa — in buona parte carrabile, in parte interno al Boscone — e la fascia compresa tra la Sacca e questo argine è la più compromessa dai fenomeni di ingressione marina e salinizzazione delle falde.
Le acque di falda, calando per subsidenza i piani campagna, emergono sempre di più, allargando nuovi specchi d'acqua salmastra: occorre valutare se accettare questo cambiamento in atto — che porterà alla dominanza di specie vegetali eurialine — o se combatterlo per la tutela del patrimonio boschivo nel suo assetto attuale.
"Questo UTB propone la creazione di un arginello di difesa a mare, esterno all'area di competenza, secondo quanto già previsto dal Piano di Gestione naturalistica della RN Bosco della Mesola, con funzione di difesa e recupero ambientale, utilizzabile anche come pista ciclabile." Corpo Forestale dello Stato, Ufficio per la biodiversità di Punta Marina, 29/04/2011 prot. 2628
Se la scelta gestionale punterà alla conservazione, occorrerà mettere presto mano, con interventi decisivi, all'assetto idrogeologico di questo allineamento di dune paleocostiere: fermando da un lato l'ingressione delle acque salate, e aumentando dall'altro l'alimentazione dell'acquifero freatico con acque dolci.
03 — Cuneo salino
Anni '50-'60
Il cuneo salino risaliva il Po di Goro per 2-3 km dalla foce.
Anni '70-'80
La risalita era già arrivata a 10 km dalla foce.
Anni 2000
Il cuneo salino risale ormai per 20 km dalla foce — una progressione che, nei periodi di magra, il Po di Goro non riesce più a contrastare da solo.
Occorre studiare la realizzazione di opere che permettano lo sbarramento del cuneo salino senza impedire il deflusso del trasporto solido verso il mare.
Un sostegno delle acque in corrispondenza del ponte di barche di Gorino consentirebbe di utilizzare il tratto a monte dell'alveo del Po di Goro come serbatoio alimentatore delle falde.
Per quanto riguarda l'apporto di inquinanti causato dall'immissione di acque dolci attraverso il Po di Volano e la rete dei canali di bonifica — scaricati dalle idrovore Giralda, Bonello e Romanina — le azioni da intraprendere sono sostanzialmente due: limitare le portate e migliorare la qualità delle acque recapitate entro la Sacca.
Il territorio che scola all'interno della Sacca si divide in quattro bacini idrografici e, pur essendo lambito a nord dal Po di Goro, sgronda le acque prevalentemente verso sud, nel Po di Volano e negli impianti idrovori Bonello e Giralda — una consuetudine "storica" modificata solo in parte dalla costruzione, non ancora completata, dell'impianto Vidara Nord nella Campagna di Mesola.
La portata dell'idrovora Giralda si potrebbe limitare in due modi: potenziando e completando il progetto Vidara Nord, così da convogliarvi parte delle acque che l'impianto Brasavola riversa nel Collettore Giralda; oppure staccando completamente il bacino di Valle Vallona dal Collettore Giralda, con un nuovo impianto di pompaggio che scoli direttamente nel Po di Goro — eliminando così più idrovore esistenti e pompando l'acqua di Valle Vallona una sola volta.
Questa operazione porterebbe benefici soprattutto alla parte più interna della Sacca, al Taglio della Falce, dove il degrado ambientale — dovuto alla scarsa qualità delle acque e ai bassi fondali, sempre più coperti da detriti e sostanze organiche — risulta oggi più drammatico.